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In
cosa consiste il corso sulla mediazione
dei conflitti? Quali sono le premesse
e gli obiettivi?
Fare mediazione significa gestire il
conflitto, a qualunque livello esso
si manifesti, cercando però modalità
inedite sul piano socio-istituzionale.
La differenza, rispetto alle soluzioni
di carattere giuridico, è che
ci si concentra soprattutto sull'origine
dei comportamenti cosiddetti antisociali
(e/o antigiuridici) anziché limitarsi
a gestirne le conseguenze e limitarne
i danni. Un mediatore infatti non è
né un arbitro, né un consigliere,
né un giudice: il suo scopo non
è risolvere il problema negoziando
un accordo o formulando sanzioni o prescrizioni.
E che cosa
fa invece un mediatore?
Se si rimane ancorati all'oggetto della
contesa, il conflitto rimane, latente,
in ciascuno dei confliggenti, perché
si situa ad un livello diverso da quello
materiale, vale a dire sul piano delle
emozioni. |
Ed
è proprio sul piano delle emozioni
che si svolge il lavoro del mediatore. Prima
di tutto tenta di far emergere le emozioni
che sono all'origine del conflitto: la sofferenza
che si vive in una situazione di conflitto
è dovuta proprio al fatto che ciascuna
delle parti non si sente riconosciuta dall'altra
nelle sue emozioni. Le persone coinvolte in
un conflitto sono isolate nel proprio vissuto,
nella propria versione dei fatti, e sono quindi
incapaci di percepire il sentire dell'altro.
Nella maggior parte dei casi, non sono nemmeno
in grado di identificare le proprie emozioni,
tanto meno riescono a comunicarle all'altro
in modo efficace.
Compito del mediatore, dunque, è facilitare
questo processo di scoperta - reciproca e
individuale - fungendo da "specchio"
che rimanda ai confliggenti le loro emozioni.
In questo modo si arriva a una sorta di catarsi,
in cui ciascuno dei mediati riesce a esprimere
le proprie emozioni: rabbia, paura, dolore
ecc. Solo dopo che questo è avvenuto
si può passare alla fase successiva,
che consiste nel condurre i mediati a ri-incontrarsi,
a ri-conoscersi nella propria realtà.
E
poi cosa succede? Quando si considera riuscita
una mediazione?
Il risultato di una mediazione non è
quantificabile. Ci può essere una
riparazione materiale dei danni provocati,
ma non è questo l'obbiettivo principale.
Una mediazione si considera "riuscita"
quando le persone coinvolte nel conflitto
riescono a uscire dal problema contingente
che li vede cristallizzati nei reciproci
ruoli di "vittima" e "colpevole"
e ad incontrarsi attraverso il reciproco
riconoscimento delle emozioni e della sofferenza.
All'inizio del libro Lo spirito della mediazione,
la Morineau afferma: "Il nostro obiettivo
a lungo termine è quello di promuovere
una cultura della pace nel mondo" perché
la mediazione "è un momento,
un luogo dove esprimere le nostre differenze
e riconoscere quelle degli altri".
Che
cosa ti aspetti da questo corso?
Ho cominciato il corso soltanto a febbraio
di quest'anno, per cui ho davanti a me ancora
molta strada da percorrere. Senza contare
che la formazione del mediatore non si può
mai dire completa e definitiva, ma si approfondisce
nel corso di tutta la vita. E' chiaro che
ciascuno di noi si trova ad affrontare il
conflitto quotidianamente (in ambito familiare,
sentimentale, lavorativo ecc.), e sono quindi
convinta che approfondire la capacità
di gestire le situazioni conflittuali possa
aiutare a vivere meglio. E' per questo che
mi sono iscritta al corso. Soprattutto,
ciò che mi ha attratto nelle premesse
di questo corso è l'affermazione
che per essere mediatore dei conflitti altrui
bisogna anzitutto essere mediatori di se
stessi. È proprio questa dimensione
intrapersonale del percorso di mediazione
che mi ha maggiormente attratto. E, in effetti,
devo riconoscere che da quando ho iniziato
il corso non soltanto sono diventata più
brava a riconoscere le mie emozioni, ma
sto anche imparando a lasciarle sfogare
anziché negarle o nasconderle agli
altri e a me stessa.
In
che modo ritieni che il corso possa aiutare
a fare la pace? A te è successo?
Il Corso di Formazione privilegia la sperimentazione
pratica, e quindi i conflitti vengono simulati
dagli stessi partecipanti: due o più
di loro, a turno, inventano una situazione
di conflitto e recitano la parte dei confliggenti.
Nonostante la natura artificiale del conflitto
inscenato, è interessante notare
fino a che punto gli "attori"
si calano nella parte: il conflitto acquista
sempre una dimensione reale, perché
per recitare il ruolo del confliggente ognuno
attinge al suo vissuto, alle sue emozioni,
al suo bagaglio personale di esperienze
di conflitto. Nel corso di queste simulazioni,
dunque, ho assistito a casi in cui i confliggenti,
con l'aiuto dei mediatori, hanno sperimentato
una vera catarsi e, in alcuni casi, una
riconciliazione con l'altro. Quando è
venuto il mio turno di assumere le vesti
della confliggente ho recitato la parte
di una figlia in conflitto con il padre:
è stata un'esperienza molto forte
perché gli interventi dei mediatori
hanno fatto emergere le emozioni di entrambe
le parti in conflitto e, per la prima volta,
mi sono sentita di comprendere e ri-conoscere
il sentire di un genitore. Pur non avendo
di fronte i miei veri genitori, è
stato come trovarmi davvero a confronto
con loro, sviscerare e quindi sradicare
i fattori che determinano il conflitto nella
vita reale.
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