Una Mano alla Pace Il Giornale della Pace Pace Fatta !
 
L'universita` della Pace


A Firenze il corso di laurea "operatori di pace" insegna come gestire i conflitti e come ricercare soluzioni pacifiche di fronte a controversie che coinvolgono non tanto gli Stati quanto i singoli individui nella loro vita quotidiana.
Per saperne di più su questo percorso di studi davvero unico in Italia abbiamo contattato il professor Luciano Bozzo responsabile del corso triennale di "Operatori di pace"

Com'è nata l'idea di un corso di laurea in operatori di pace?

Ci siamo resi conto che mancava in Italia una preparazione di alto livello che formasse personale in grado di prevenire, mediare e negoziare non tanto i conflitti internazionali quanto i conflitti inter-individuali, cioè i conflitti tra i gruppi, i conflitti di quartiere. In Italia, in particolare a Pisa e a Roma, vi sono corsi in cui si studiano gli interventi di peacemaking per risolvere controversie tra Stati. A noi quell'aspetto non interessava. I nostri laureati svolgeranno la propria attività a livello di amministrazioni locali per la pacificazione di conflitti di quartiere o di strada. Potranno essere inseriti nelle organizzazioni non governative e del terzo settore, nelle istituzioni educative, nel sistema della cooperazione sociale e culturale, nelle organizzazioni internazionali e anche in aziende private o pubbliche, insomma ovunque sia necessario risolvere conflitti tra individui.

Generalmente quando si parla di conflitto, si pensa subito al conflitto armato.
E ci si sbaglia. La guerra e le controversie internazionali sono solo un estremo di un vasto spettro sul quale compaiono vari tipi di conflitti: guerra, conflitti militari, guerriglie, terrorismo, fino ad arrivare ai conflitti di vicinato e a quelli di condominio. Occuparsi di questi ultimi non è meno importante che dedicarsi alla risoluzione dei contrasti tra Stati. Anzi, secondo noi conviene proprio partire dal basso, dal livello individuale: il male del mondo lo sconfiggo solo partendo dall'individuo che ha delle responsabilità e fa delle scelte.
E' naturalmente lodevole cercare di far sedere al tavolo delle trattative Israeliani e Palestinesi. Ci deve naturalmente essere qualcuno che sappia come organizzare e portare al successo vertici internazionali, ma a nostro avviso questo non basta per fare la pace.

Che cosa serve invece per fare la pace? Dobbiamo forse mobilitarci personalmente e fare pressione ai vertici?

No, io personalmente non condivido l'approccio, il più diffuso oggi, per cui scoppia la guerra in un paese e allora si prendono le bandiere e si va in piazza. La manifestazione di solidarietà mi va bene, ma mi chiedo: siamo poi altrettanto pacifisti e intolleranti alla violenza nella nostra vita personale? Io credo di no.

Quale soluzione propone allora?

Bisogna innanzitutto capire l'importanza della pace a livello individuale. Ecco perché con il nostro corso ci rivolgiamo ai conflitti micro che nascono per divergenze tra individui o gruppi a proposito di valori, di interessi e di ritorni economici. Dobbiamo capire che per sconfiggere la conflittualità bisogna agire sul singolo, educando per esempio al rispetto reciproco (abbiamo dei sistemi di valore diversi, ma possiamo convivere), o facendo capire il valore della pace e la disfunzionalità del conflitto. Se si crede in un mondo migliore, in un mondo più giusto, in un mondo con meno guerre è necessario cominciare da se stessi, smettendo di urlare, cercando di cooperare con il proprio interlocutore, cercando di ascoltare l'altro. Non dimentichiamo che anche il litigio verbale è una forma di conflitto.

Ma molti ritengono che la conflittualità dipenda dall'organizzazione della nostra società che incita a comportamenti violenti. Lei cosa ne pensa?

Io non condivido questa impostazione: rinviare alla società è un alibi comodo. Ritenere che, solo cambiando le regole di funzionamento della società si possa modificare il comportamento del singolo, è per me un'utopia. Nel '900 ci hanno provato, senza successo, il liberalismo, il fascismo e il marxismo. Invece di predicare grandi stravolgimenti ad alto livello faremmo meglio a metterci davanti allo specchio e chiederci:
io nel mio piccolo con mia moglie, con i miei amici sto facendo la pace?
ho affrontato i problemi?
li ho risolti senza ricorso alla violenza?
Se la nostra risposta è no, allora con che coerenza scendiamo in piazza contro la violenza nel mondo quando poi nel nostro piccolo viviamo conflittualmente?

Si può imparare a fare la pace?

Bisogna prima di tutto prendere coscienza che si è in una situazione di conflitto. Spesso non ce ne accorgiamo. Invece la realtà del conflitto purtroppo la sperimentiamo tutti i giorni con le persone che ci stanno intorno e nelle nostre famiglie. Per superarla bisogna avere il coraggio di riconoscere i propri errori. Ci vuole una disponibilità alla pace che spesso è difficile da trovare anche perché l'attuale sistema dei media premia spesso l'atteggiamento conflittuale. Se lo si prende come esempio si rischia di fare a botte semplicemente perché il nostro vicino ci ha rigato la macchina. E se non si reagisce in malo modo si rischia addirittura di essere trattati da codardi. Come uscirne?
Per fare la pace è a mio parere indispensabile avere un ancoraggio a certi valori, filosofici, etici, religiosi che siano. Altrimenti in nome di che cosa si sceglie la strada dell'autocontrollo?

E Luciano Bozzo riesce sempre a fare la pace?

Almeno ci provo, non sempre ci riesco. Quando mi accorgo di essere in torto alzo il telefono o mi metto le gambe in spalla e dico al soggetto interessato: mi dispiace, capisco le tue ragioni, troviamo un punto d'incontro.