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(del 10/12/2007)
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(del 09/12/2007)
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(del 03/12/2007)
Perché deve fare notizia solo il ridicolo, l’inutile e il tragico? Gli esempi non mancano, ma in particolare mi sto riferendo ai pannelli stradali luminosi che in questi giorni si sono accesi a Montegrotto (Padova) invitando i cittadini ad emigrare verso mete più garantiste. Un invito al “si salvi chi può dall’invasione barbarica degli stranieri”. Tra tutte le analisi, una primeggia: chi è il mandante di questo spot? Risata. L’amministrazione stessa. Forse mi sono persa qualche passaggio. L’amministrazione invita alla fuga i cittadini perché incapace di dare risposta alle loro esigenze. Ovvio, è una provocazione per dare un posto al sole a quei sindaci che sanno solo gridare e portare al guinzaglio suini. Ma perché non lasciarli nell’ombra e puntare i riflettori altrove. Non dico al ragazzino che aiuta la vecchietta ad attraversare la strada… ma anche solo alla notizia che la Regione Puglia, guidata da Nichi Vendola , ha riconosciuto il diritto alla casa come requisito essenziale per la cittadinanza e ha stanziato fondi (ingenti) per il sostegno alla politica abitativa, per gli interventi di recupero delle periferie. Tanto per cominciare per garantire una casa dignitosa ad almeno 35.000 famiglie. Mi sono stufata di vivere in un paese così sordo. Quasi quasi, emigro.
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(del 27/11/2007)
I corridoi della Prestigiosa Casa Editrice cominciano ad animarsi, impercettibilmente. Alla macchinetta del caffè a volte si incontrano fino a tre persone alla volta (in genere scappano tutti subito, per paura di essere presi per scansafatiche). Le conversazioni si incentrano su argomenti mordi-e-fuggi: i raffreddori dei bambini, l’ultimo paio di scarpe acquistato, qualche pettegolezzo aziendale. Anche a pranzo i temi non sono diversi, tra due foglie di insalata (occhio alla linea…) e l’ultimo libro da correggere. Non si parla mai di quello che succede nel resto del mondo, al massimo qualche commento sugli ultimi fatti di cronaca, ma tenendosi rigorosamente al riparo di qualunque commento che possa suonare anche solo vagamente lontano dall’opinione comune. I rumori del resto del mondo sembra che facciano fatica a superare il portone d’ingresso. Però mi ha stupito che nessuna abbia tirato fuori la manifestazione a Roma delle donne. Anche perché al lavoro siamo quasi tutte donne. Ho provato a parlarne io. Ma i commenti sono stati più o meno tutti dello stesso tono: “Bella iniziativa, ma le contestazioni alle ministre erano davvero fuori luogo!”. Anche le madri di figlie femmine non hanno aggiunto nulla di più, come se il tema non le riguardasse. Possibile che sia tutto qui quello che si trova da dire, su una manifestazione di centomila persone?
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(del 19/11/2007)
Direte che c’ho la fissa, ma cosa ci volete fare: il portafoglio oltre che congelato è anche pieno di ragnatele. Dietro casa mia c’è una piazzetta, dove da tempi immemori sono allestiti vari banchetti frutta e verdura. Sarebbe comodo per fare la spesa, non fosse che quasi nessuno espone i prezzi. E dire che oltre ai prezzi, sui cartellini, ci dovrebbero essere pure la categoria e la provenienza. E invece niente di niente. È così che, essendo probabilmente una rompiscatole, ma soprattutto una con pochi soldi, ogni volta mi trovo a fare il giro della piazza. “Quanto costano le pere?” è la domanda che faccio a tutti. Alcuni prima di rispondere ci pensano un po’. Sembra che valutino quale cifra possono sparare. Non è un caso che il mio vicino di casa, praticante in uno studio di avvocati, ogni volta che va a fare la spesa appena uscito dal lavoro (e quindi vestito in giacca e cravatta e cartella dei documenti sotto braccio) spende delle cifre esorbitanti. Ma eravamo rimasti a me davanti ai banchetti: Quanto per un chilo di pere? E comincia il giro: si va dai 2 euro e mezzo e si arriva fino ai 5. Dipenderà dalla qualità, direte voi. Certo. Ma mi resta addosso la fastidiosa sensazione di essere stata fregata. Che magari alla signora con l’aria da massaia esperta sparino una cifra inferiore a quella che dicono a me…
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(del 18/11/2007)
La notizia ĕ passata velocemente. Come molte del resto. Si tratta della proposta del primo Ministro inglese di destinare permessi per le madri che hanno figli sotto esame, piŭ precisamente l’equivalente dell’esame di maturità. “Buona idea”, ho letto sui giornali, “e magari esportabile anche da noi”. Ho cercato di immedesimarmi in una mamma con un figlio diciottenne in quinta liceo. E ho cercato anche di immaginare quella stessa madre che per 18 anni ha sacrificato il lavoro (mi auguro, piuttosto che sacrificare il figlio), ha dovuto incastrare turni e scuola, ha arruolato tutti i parenti attivi per la programmazione delle attività extrascolastiche, ha ripassato le tabelline e geografia tra una lavatrice e la preparazione dei pasti… e ora che finalmente il pargolo, ĕ autonomo, magari guida anche l’auto… le viene riconosciuto un po’ di tempo per seguire il maturando.
Con questo non voglio dire che i figli vadano lasciati soli una volta che affrontano Dante e le equazioni di secondo grado, dico solo che il welfare occorre farlo partire dall’Abc: dalla tutela della gravidanza, dai congedi parentali (un po’ pochi 4 mesi a stipendio pieno), dalla flessibilità degli orari in età scolare. Ma forse dico troppi no, e forse mi sono immaginata in un ruolo che non mi si confà.
p.s. appello al Ministro Bindi: se dopo la notizia inglese ha pensato di importare qualche idea di welfare… dia un’occhiata a quello francese. (vedi film M. Moore, dove alle neomamme viene garantita assistenza anche per il lavaggio di bavaglini e tettarelle!!)
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(del 14/11/2007)
Va bene, va bene, non è male guardare la città dall’alto. Il traffico arriva appena a lambire le finestre, lo smog, anche lui, sembra restare un po’ più in basso, e poi si vede il cielo, un pezzo di pianura, un po’ di colline verso destra, e mi piace pensare che andando dritto potrei arrivare al mare. Ma ecco che a bilanciare il tutto arriva il Generale Inverno. Non drammatizziamo però perché già sono comparsi i primi titoli L’Italia Nella Morsa del Gelo. Tutte le volte mi viene da ridere. Come se vivessimo a San Pietroburgo. Però un effetto bello concreto il freddo ce l’ha: la bolletta del gas. Finora me l’ero cavata bene: le mie bollette arrivavano a 50-60 euro. Cosa succederà ora che ho dovuto non solo accendere ma anche alzare? I titoli che mi terrorizzano veramente sono quelli che parlano del prezzo del petrolio alle stelle e dei prezzi di riscaldamento e luce che li seguono a ruota. Mi viene da ridere poi quando l’Eni consiglia di abbassare il riscaldamento a 20 gradi. A quanto lo tengono loro?? Io arrivo a 20 gradi solo quando faccio una cena e invito delle amiche (perché le donne sono sempre più freddolose degli uomini? È uno dei misteri della natura umana…). Insomma, miei adorati lettori: come fate voi a risparmiare qualcosa? Io più che tenere il riscaldamento spento durante il giorno quando non ci sono, e stare in casa con 2 maglioni e i calzettoni di lana, non so più cosa inventarmi….
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(del 05/11/2007)
Forse mi impunto come una bambina stizzosa... ma permettetemi di tornare sempre lì, al mio chiodo fisso… l’evasione fiscale. Facile il collegamento a Valentino Rossi.
Sabato 3 novembre il quotidiano La Repubblica ha dedicato ben 2 pagine al campione (di evasione?) dove l’episodio della mancata contribuzione fiscale ha fatto solo da incipit. Si vabbè può capitare a tutti di sbagliare. E il ritratto emerso da quella scherzosa conversazione con il giornalista è in linea con il campione laureato. Simpatico e cresciuto (e ci mancherebbe ha quasi 30 anni!) e maturo. Legge persino, e non solo i libri primi in classifica come “La casta”, ma anche Baricco.
Ed è qui che mi è venuto ancora più forte il No. No, allo spazio dedicato a chi bellamente derapa sul fisco. E anche se vogliamo dargli una seconda possibilità… perché alla domanda progetti futuri ha risposto con “leggere Oceano Mare di Baricco” invece di “pagare le tasse”?
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(del 05/11/2007)
Nel penultimo post vi parlavo del silenzio che regna sovrano nel mio luogo di lavoro, la Prestigiosa Casa Editrice. Ma sto cominciando a capire che si tratta di un silenzio apparente, attraversato da scariche elettriche, intrighi sotterranei, insospettabili alleanze, tradimenti… Un po’ come in un dramma scespiriano, a voler essere molto buoni. Perché si potrebbe anche vedere tutto come una farsa. Per esempio, uno dei rumorini che arrivano flebili flebili fino alla mia scrivania, in questi ultimi giorni, è il singhiozzare soffocato del mio Capo. È un Capo donna (ma non esiste il femminile di capo: la capa???). L’hanno spostata di ufficio. E il nuovo ufficio è impercettibilmente più piccolo, appena un po’ più buio, con una poltrona appena un po’ più vecchiotta di quello precedente. È il segno dunque, nella complessa e al tempo stesso elementare grammatica aziendale, che la sua posizione non è così salda. I Grandi Capi le stanno evidentemente mandando un messaggio. Il messaggio è chiaro: sta per cadere in disgrazia. Il problema è che i motivi di questi simpatici avvertimenti il più delle volte sono imperscrutabili. Non è detto che tu abbia combinato qualche guaio sul lavoro. Potresti anche non avere i vestiti adatti (come raccontavano in Il diavolo veste Prada, l’anno scorso o due anni fa). Quindi correre ai ripari non è facile, non sapendo qual è il problema. E comunque questi sono i risultati: distinte signore ultracinquantenni in lacrime per uno spostamento di stanza. Quello che più mi preoccupa è che, come su un tavolo da bigliardo, la rappresaglia non tarderà a colpire anche me, dopo una serie più o meno lunga di sponde. Non so davvero quanto a lungo potrò resistere qui dentro (o quanto ci metteranno a spostarmi nel sottoscala).
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(del 29/10/2007)
Buffo modo di mettere le cose che hanno a volte i giornali. Io Donna di questa settimana racconta i risultati di una ricerca fatta dall’Istituto Iard su noi gggiovani. E dice: “Ben il 42% dà fiducia alla carta stampata”. Frase che potrebbe anche essere scritta così: “Un dato allarmante: neanche la metà degli intervistati dà fiducia alla carta stampata”. Oppure così: “Ben il 68% non si fida di quanto legge sui giornali”. E via continuando. A pensarci bene, poi, nella frase così come è costruita, c’è un involontario messaggio: Ragazzi, non fidatevi di noi, possiamo alterare ogni fatto con un piccolo artificio retorico.
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(del 26/10/2007)
Se lo dice un operaio che non ce la fa ad arrivare a fine mese con 1000 euro non ĕ una notizia, anzi viene derubricata a solita litania di lavoratori politicizzati.
Ma se lo dice un imprenditore che non ce la si fa a far quadrare i conti di una famiglia allora ĕ una notizia da prima pagina. Anzi, i titoli si sono sprecati: ‘gesto umanitario’, “imprenditore comunista”.
E noi popolo del No, perchĕ siamo rimasti ad ascoltare e magari in qualche caso ad applaudire. Bravo? Bravo!, ma rispetto a cosa?? No, non le mie laudi non le avrà il pastaio di Ascoli Piceno, perchĕ non ha compiuto nessun gesto umanitario. Ĭ veri eroi, siamo noi, noi popolo del 1000 che con uno stipendio simile dobbiamo sopravvivere in una società che accende i riflettori sui propri carnefici. Perchĕ questi gesti si compiono nelle sedi opportune, nelle assemblee sindacali, al riparo dei riflettori e sotto la luce del sindacato e delle richieste dei lavoratori. Perchĕ un aumento di stipendio non ĕ e non deve essere un ‘regalo´di un magnanimo datore di lavoro. Dal datore di lavoro si accetta l’elemosina del panettone a Natale e del bonus bebĕ ma non 200 euro con tanto di commento” per me non sono nulla ma per un operaio sono tanto”. No, a questa questua e mediatica. (il signor pastaio si ĕ – involontariamente??- procurato una pubblicità gratuita alla propria pasta).
I lavoratori non vogliono la briciole, o per citare un bel film, vogliono il pane e anche le Rose.
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(del 21/10/2007)
Carissimi tutti, che notizie dal fronte del precariato? Anche il papa se ne è ricordato, nel corso della Settimana sociale. E a Roma hanno sfilato in mezzo milione (250.000 per la questura, ovvio), chiedendo diritti per i precari. Ma secondo voi qualcuno ascolterà? E mi chiedo poi: quali potrebbero essere questi diritti? Forse è colpa del mio recente lavoro precario, ma stento ormai a immaginarmeli. Io sono precaria solo da qualche anno, e quando sento interviste a persone di cinquant’anni che ancora sognano il posto fisso, penso che per me non c’è proprio speranza. E forse, poi, ci stiamo abituando. Forse è su questo che contano tutti, sul fatto che finiremo con l’abituarci. E quando ci si abitua a una condizione, si smette di cercare un’alternativa, si smette anche di immaginarsela, un’alternativa. Ma forse faremmo bene a immaginarci non proprio decrepiti, ma diciamo anzianotti, con qualche acciacco in più, meno energia fisica e mentale… Ma manca ancora tanto tempo, vero? Perché preoccuparci? Intanto però mi piacerebbe che qualcuno che a Roma c’è stato mi raccontasse com’era. O magari qualcuno che non ci è andato mi raccontasse perché non l’ha fatto. (Pensieri sparsi, di una domenica pomeriggio passata a guardare Dove Osano le Aquile, e a pensare cosa potrei Osare io)
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(del 15/10/2007)
Non so voi che idea avete di una casa editrice. Io me la immaginavo come quelle dei film: pavimenti in legno che scricchiolano, scaffali (sempre di legno, ovvio) colmi di libri. Impiegati occhialuti, magari con il farfallino, che si scambiano dotti punti di vista sull’ultimo fenomeno letterario. E poi gli autori, che vanno e vengono a ogni ora, e mentre passano vicino alla tua scrivania ti salutano e ti sorridono, prima di andare a litigare con il capo della divisione editoriale, che naturalmente si è rifiutato di seguire i tuoi consigli, che invece loro approvano in toto. Bel film, vero? Qui sul pianeta terra dove vivo, invece, la Prestigiosa Casa Editrice ha i pavimenti in linoleum che scricchiolano solo se hai le scarpe di gomma (e se hai le scarpe di gomma resti elettrico tutto il giorno), e nei corridoi non c’è proprio nessuno che chiacchiera e si scambia dotti pareri. E in genere delle altre persone riesci a vedere solo la parte alta della testa, tanto stanno piegate sui libri, che sembra quasi che stiano pregando invece di andare a caccia di refusi. E poi il silenzio, quello sì ha una dimensione sacrale: sembra di essere in una chiesa, o in un museo, tutti zitti, tutti a concentrarsi sul lavoro. Ma come fanno? Io ogni tanto la testa la devo alzare, se no mi viene il mal di mare, e dopo un po’ le parole e le lettere mi sembrano opera di un artista astratto. Ma forse è proprio questo il mio guaio: mi sfugge la dimensione sacra del lavoro, che evidentemente tutti gli altri hanno. O stanno solo recitando? E io cosa dovrei fare? Imparare anch’io questa recita? Non sarà che sono io che sono una bambocciona?
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(del 15/10/2007)
Come ogni mattina mi sono recata in edicola. Soltanto ieri, purtroppo, mi sono accorta di un foglio dattiloscritto affisso poco distante dall’edicola. Riporto il contenuto. Un solo commento: No. Ma questa volta ĕ un No urlato, carico di rabbia e di impotenza.
“Cerco lavoro, qualsiasi lavoro. Ho perso il mio perchĕ da molti mesi assisto mio figlio rimasto invalido in seguito ad un incidente stradale. Tornava a casa a notte fonda. Non aveva bevuto. Non era drogato. Non era stato in discoteca. Tornava da un massacrante turno in fabbrica (12 ore). Ho 43 anni e mi adatto a qualsiasi mansione. Grazie”.
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(del 08/10/2007)
Sì lo so, sono discontinua. Ma se l’ultima mia prolungata assenza è stata dovuta a una meritata (?) vacanza, ora la faccenda è seria. Udite udite, Artemisia ha trovato lavoro. Forse, dipende, chissà. Diciamo che per ora ha messo un piede dentro a una casa editrice. Prestigiosa, motore culturale della città. I fondatori sono tra le migliori giovani speranze… di cinquant’anni fa. La casa editrice è ancora un punto di riferimento in tutta Italia. Ma le domande che sorgono spontanee sono due: perché oggi alle giovani speranze non viene neanche in mente di aprire una casa editrice?
E soprattutto: perché la giovane speranza Artemisia, laureata con 110 e lode, con curriculum più che decoroso (corsi di specializzazione, ottima conoscenza di inglesefrancesespagnolo, automunita ecc…), una volta raggiunta l’ambita meta, La Casa Editrice per eccellenza, viene impiegata solo per compilare noiosissimi indici dei nomi? Direte che sputo nel piatto dove mangio. Per carità, lungi da me. Per il momento sorrido a tutti, mi mostro entusiasta di ogni nuovo noiosissimo indice che mi viene affidato, sto a testa china sul compitino per minimo 8 ore al giorno. Perché sono solo in prova, naturalmente. Contratto di 3 mesi. Poi vedremo. Ma di contratto a tempo indeterminato non se ne parla per ora. E a pensarci bene: sono davvero sicura di volerlo? Se ci penso mi vengono i brividi. Vedo profilarsi davanti a me montagne di libri, tutti senza indice, che crescono fino a occludermi qualsiasi visuale. Visuale di cosa? Di me stessa, tanto per dirne una.
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