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Quando i grandi fanno del bene
Gap, Nike, American Express e Giorgio Armani scelgono di impegnarsi per la lotta all’AIDS in Africa con i RED Products. Un percentuale al Global Fund e una al produttore. Rinnovata consapevolezza o marketing della filantropia?
Si chiamano RED Products e sono gli ultimi nati in fatto di prodotti filantropici. Come tanti altri prodotti che recentemente le multinazionali stanno mettendo in campo nella gara per un mondo più giusto (vedi caffè equo Nestlé), sono pronti a fare la loro parte per sconfiggere le pandemie di Aids, Malaria e tubercolosi che ogni giorno causano milioni di vittime nel mondo e nel continente nero in particolare. Nel 2003 su 5 milioni di nuovi infetti 3 milioni erano in Africa; sempre nel 2003, secondo l’OMS, su 3 milioni di morti per AIDS 2,3 milioni erano africani. In breve, se nel mondo l’AIDS è la quarta causa di morte, nei paesi dell’Africa subsahariana è la prima. L’idea dei Red Products, partorita dal filantropico Bono Vox, è dunque semplice: ogni prodotto, realizzato ad hoc dalle case produttrici porterà una percentuale del prezzo di vendita direttamente al Global Fund, il fondo nato nel 2002 dalla collaborazione tra agenzie governative, ong e società civile per combattere la diffusione di Hiv, malaria e tubercolosi. Un percorso virtuoso, dunque, che traduce il consumo di beni di lusso in azione benefica o, come lo ha definito Giorgio Armani - che ha appena lanciato sul mercato i suoi occhiali Red – “un progetto straordinario che supera il concetto di beneficenza per dare vita a quello di commercio finalizzato alla raccolta fondi, coinvolgendo diverse marche globali.” Dello stesso parere sembra anche l’economista britannica Noreena Hertz che sulle pagine di Internazionale (http://www.internazionale.it/firme/articolo.php?id=11908), spiega come l’idea di Red sia basata sulla convinzione che Far bene conviene, perché aiuta a risolvere i grandi drammi del nostro pianeta, ma anche perché “le imprese che partecipano al progetto conquisteranno una fetta sempre più grande del mercato dei consumatori consapevoli – e per molte grandi marche significa acquisire nuovi clienti – più, naturalmente, un tipo di pubblicità impossibile da comprare.” Un circolo virtuoso, dunque, che per chiudersi ha però bisogno del sostegno dei consumatori consapevoli…
Ma siamo sicuri che ad un consumatore consapevole basti pensare che una quota dei suoi soldi sarà devoluta in beneficenza per ritenere virtuoso un prodotto? Come la Hertz arguisce, il consumatore consapevole, cinico e diffidente per natura, ha bisogno di avere la certezza che i marchi coinvolti nel progetti non siano implicati nella violazione dei diritti dei lavoratori o dei diritti umani. E qui qualche problema i Red Products potrebbero incontrarlo. Tra i grandi marchi coinvolti nel progetto ci sono infatti Gap, Nike e Giorgio Armani. Tre marchi che non hanno certo fama di trasparenza ed equità. Gap per esempio, benché dotata di un codice di condotta fu accusata nel 2002 delle gravi violazioni dei diritti umani e dei lavoratori riscontrate in molte delle fabbriche che producevano per suo conto in sei paesi (http://www.behindthelabel.org/pdf/Gap_report.pdf). Tra i sei paesi c’era il Lesotho, dove furono documentate gravi violazioni dei diritti umani, e dove oggi vengono prodotte per Gap le Red T-shirt. Analogo discorso vale per la Nike (presente tra i RED Products con il marchio Converse) che sebbene nel 2005 ha pubblicato la lista delle sue appaltate in tutto il mondo (www.nike.com), è stata per dieci anni tra le multinazionali più criticate al mondo per le violazioni riscontrate nelle sue fabbriche e in quelle dei suoi produttori: dal lavoro minorile in Pakistan (vedi dossier Un futuro nel pallone) alle minacce agli arresti al mancato rispetto delle libertà sindacali. E i capi di imputazione non mancano neanche verso il nostrano Armani. Come si legge in un rapporto della Clean Clothes Campaign del 2002 citato dalla Guida al vestire critico del Centro Nuovo modello di Sviluppo (Ed. EMI, p.176) “il 33% della produzione di una fabbrica di abbigliamento dello Swaziland è acquistato da AMC, un agente che compra, tra gli altri, per conto di Armani e Gap. I salari sono ampiamente sotto il livello di sussistenza, gli orari estenuanti e gli straordinari obbligatori. Nei periodi di maggior produzione non è rispettato il giorno di riposo settimanale. Non esiste sindacato, mentre le condizioni igieniche e di sicurezza sono precarie.” Analogo discorso avviene per un produttore di Armani in Madagascar. A queste accuse si aggiungono quelle portate da Greenpeace (www.greenpeace.org) per l’utilizzo di sostanze tossiche (ftalati e muschi sintetici) nei profumi del marchio e quelle di Peta (www.peta.org) per la sperimentazione sugli animali. Insomma, forse Nike e Gap si avviano a rettificare i loro comportamenti, e forse Armani è solo un po’ distratto. Certo è che la loro trasparenza ed equità, per molti consumatori consapevoli, sono ancora tutte da dimostrare.
I dubbi però sull’efficacia del RED Products non finiscono qui. Se per Giorgio Armani e Noreena Hertz vincolare i profitti delle imprese ad un impegno solidaristico è un modo innovativo di fare beneficienza che potrebbe portare ottimi risultati, più scettico su queste modalità di risoluzione delle iniquità mondiali è Francesco Gesualdi, autore della Guida al consumo critico e della Guida al vestire critico. “Questo tipo di campagne finiscono per essere controproducenti perché inducono le persone a credere che per risolvere determinati squilibri sia sufficiente il buon cuore. Quello che serve sono, invece, sono regole che impediscano la proliferazione di situazioni di ingiustizia economica e sociale e tutelino davvero i diritti delle persone. Se non si impongono regole nuove – continua Gesualdi – finisce che queste operazioni mondiali hanno come unica utilità quella di ripulire l’immagine delle e non innescano nessun vero cambiamento”. Quello che colpisce in effetti visitando il sito della Join RED (http://www.joinred.com/red.asp) è l’assenza di riferimenti alle cause della massiccia diffusione dell’HIV e dell’alta mortalità per AIDS in Africa. Si riconosce che l’AIDS, colpendo la parte attiva della popolazione, sia causa di impoverimento di intere popolazioni, ma non si esplicita in nessun modo che la povertà è a sua volta la causa principale della diffusione dell’AIDS, del mancato accesso ai farmaci, della mancanza di informazione e preparazione delle popolazioni, dell’assenza di strutture e personale qualificato capace di farsi carico della cura e della prevenzione. Si parla dunque delle cure e dei test distribuiti, del sostegno alla ricerca e alla diffusione delle terapie. Non si parla della lotta di Nelson Mandela e del Sud Africa contro 39 case farmaceutiche per l’accesso ai farmaci delle popolazioni più povere.
Ma davvero la beneficenza può risolvere il dramma dell’AIDS distribuendo test e medicinali? Non ne è affatto convinta Elisa Mereghetti, documentarista bolognese, che al problema dell’AIDS in Malawi ha dedicato il documentario Eyes wide open (http://www.docume.org/page/schedafilm.asp?id=87) in cui racconta la storia di Catherine Phiri, un’infermiera di 40 anni che scopre di essere sieropositiva dopo la morte del marito. Rischiando di essere isolata e di subire ogni sorta di violenza da parte di una società conservatrice, Catherine decide di parlare pubblicamente dell’AIDS e nel 1994 fonda una Organizzazione (SASO), che si occupa di informare la popolazione sulla trasmissione dell’AIDS, della cura dei malati, della sistemazione degli orfani provocati dalla malattia. “Girando il documentario – ci racconta Elisa - ci siamo resi conto che nel combattere la diffusione e le conseguenze dell’AIDS sono molto più efficaci le piccole associazioni locali nate dal basso, ma in grado di sensibilizzare, informare e formare che non i grandi programmi – tra cui anche alcuni del Globl fund – che distribuendo le loro terapie senza avere una conoscenza profonda del territorio in cui operano rischiano soltanto di aumentare il livello di discriminazione ed emarginazione che aggrava le conseguenze della malattia.”
I fondi per la lotta all’AIDS, alla malaria, alla tubercolosi sono indubbiamente necessari; ed è bello vedere che i grandi marchi si attivano per difendere il diritto alla salute di milioni di persone... ma è davvero necassario vincolare questo diritto all'andamento delle loro vendite?
Per maggiori informazioni sul problema dell’accesso ai farmaci: http://www.msf.it/cosafacciamo/accesso/index.shtml
Elisabetta D'Agostino 12/7/2006
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