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Vestire pulito

Seguire la moda ed essere complici di violazioni di ogni genere: due facce di un'unica medaglia. La risposta è una scelta di sobrietà. Ne parliamo con Francesco Gesualdi.

lavoratriciBangladesh 2005: 64 morti alla Spectrum-Sharhiyar. 2006: 63 morti, circa 100 feriti alla KTS, Textile Industries a Chittagong; 22 morti, 50 feriti alla Phoenix Building a Dakha; 57 feriti dell’Imam Group a Chittagong; 3 morti, circa 50 feriti alla Sayem Fashions a Gazipur (da Clean Clothes Campaign).
Non basta. 4 e 16 gennaio 2006, a Dupnistza, Romania: due sorelle muoiono a distanza di pochi giorni di quella che viene definita ‘morte da lavoro’. Entrambe lavoravano per una fabbrica di scarpe italiana.
Questo è l’elenco, il più drammatico, degli effetti di un sistema produttivo da tempo sotto accusa perché in nome della competitività schiaccia nei suoi marchingegni, uomini, ambiente ed intere economie. È il sistema della produzione tessile mondiale che nell’era della globalizzazione ha mantenuto testa e tasche ad Ovest per delocalizzare produzione e affari là dove i costi sono più bassi, i diritti dei lavoratori meno ostacolanti e le norme più elastiche

Le trame del mercato
Siamo di fronte a un sistema diversificato nelle relazioni e nelle strutture economiche ma uguale per le conseguenze sociali e ambientali. Così, se per un consumatore è quasi impossibile sapere da dove proviene la propria biancheria è molto facile immaginare che chi ne ha coltivato le fibre, ha tessuto i filati o cucito i risvolti ha visto violati i propri diritti e ha subito gli effetti di condizioni di lavoro insalubri per se stesso e l’ambiente circostanze.
Copertina della Guida al vestire criticoDi fatti, come ci spiega Francesco Gesualdi - curatore, insieme al Centro Nuovo Modello di Sviluppo, della Guida al Vestire Critico – “che le imprese si affidino interamente a terzisti sparsi in Asia, Africa o Europa dell’Est, o che mantengano in casa propria parte della produzione i risultati cambiano poco”: orari di lavoro fino a 16 ore al giorno, ambienti insalubri e non areati, fabbriche gestite come caserme, straordinari non pagati, negazione delle giornate di riposo, stipendi da fame, strutture prive dei minimi sistemi di sicurezza e coinvolgimento del lavoro minorile sono la norma che si declina per livello di orrore a seconda del paese e della grandezza dell’impresa, ma soprattutto a seconda della lunghezza della catena che dal produttore porta al consumatore. Come si legge nella Guida al vestire critico, infatti, “più si allunga la catena di subfornitura, tanto meno incassano i fornitori di fondo”, tanto più saranno gravi le condizioni di lavoro degli operai.
Se a monte resta il possessore del marchio che decide non solo, cosa e come vendere, ma anche costi e tempi di produzione, a valle c’è una catena più o meno lunga di intermediari, terzisti, piccoli imprenditori o colossi orientali della produzione tessile.


I pionieri dell’appalto
C’è così il caso Benetton, che mantiene il controllo delle fasi a monte e a valle della catena gestendo la produzione di filati, tessuti, tintoria, stamperia (così come gli allevamenti di 300.000 pecore in Patagonia e, “si vocifera”, piantagioni di cotone in Turchia), e delle vendite – con 5000 negozi a marchio sparsi in 120 paesi – mentre affida l’assemblaggio “alle centinaia di aziende terziste dislocate in Polonia, Romania, Croazia e Slovenia”. Ma ci sono anche casi più estremi di dissociazione in cui le aziende mantengono solo il marchio e affidano tutta la produzione – dalla ricerca dei filati, al taglio, all’assemblaggio – a imprese asiatiche, attraverso l’intermediazioni di capaci procacciatori d’affari. È il caso di Robe di Kappa (ma si potrebbero citare dozzine di multinazionali europee o nordamericane, da Nike in giù) che in Italia, tramite BasicNet decide gli stili e disegna i modelli, per poi farli realizzare in Asia con la collaborazione di Li & Fung, “la più potente impresa di intermediazione dell’Estremo Oriente” capace di smistare la produzione tra Cina, Vietnam, Cambogia o altri paesi del Sud-est asiatico.
Della delocalizzazione hanno approfittato anche le grandi catene di distribuzione che, nate per vendere al dettaglio i sottomarchi dei grandi produttori, hanno cominciato a rivolgersi direttamente a imprese o agenti asiatici per l’acquisto di prodotti sui quali appongono ora il proprio marchio. La pratica è “ampiamente utilizzata dai supermercati di tutto il mondo (vedi Wal-Mart, Gap, Tesco, ndr) e ciò spiega perché i principali committenti dei terzisti sparsi per il mondo siano gli operatori della grande distribuzione”.

Consumo critico: sobrietà e informazione
Come si fa allora a non essere complici di tante violazioni e ad avviare un percorso di consumo critico nel settore dell’abbigliamento?
“Non è affatto facile, perché il sistema è talmente omologato da coinvolgere tutti i soggetti attivi nel settore. Con la Guida al vestire critico – continua Francesco Gesualdi – abbiamo cercato di fornire strumenti ai consumatori affinché possano selezionare le aziende migliori o, almeno, le meno dannose, in modo da fare pressione su tutto il sistema.
Cerchiamo di dare indicazioni che le persone possono seguire anche in base alla propria sensibilità e alla propria capacità critica. Il primo consiglio è vivere più sobriamente. Comprare per necessità e non per moda e curare i propri indumenti per farli durare il più a lungo possibile. E poi rivolgersi all’usato. E, ancora, tenere presente che i danni sociali ed economici conseguenti ad un consumo massiccio riguardano anche l’eccessiva produzione di rifiuti in buone condizioni che spesso e volentieri finiscono, nel sud del mondo, ad alimentare mercati poco limpidi (sul mercato globale di abiti usati vedi anche il dossier Fuori dall'armadio).”
Se poi, proprio non si può fare a meno di acquistare, la Guida spiega come individuare quei marchi che tentano di ridurre l’impatto delle loro azioni. Insomma, un occhio al Made in – dopo la lettura della Guida – potrebbe già rivelare molto delle condizioni di lavoro in cui il nostro futuri abito è stato prodotto. La scelta dovrebbe poi tenere presente anche il comportamento delle aziende dal punto di vista finanziario e della trasparenza. La presenza di sedi, dislocazioni o agenzie nei paradisi fiscali implica, ad esempio, la preminenza dei profitti economici in territori e con governi che agevolano le grandi imprese a discapito degli investimenti sociali ed ambientali. La Guida propone anche un’analisi dei Codici di condotta che le aziende si danno, per cercare di capire dove questi strumenti siano davvero finalizzati al rispetto dei lavoratori e dove, invece, servano solo a ripulire la propria immagine.
Chi volesse poi andare oltre e cercare un’alternativa reale si può rivolgere al commercio equo, che già da qualche tempo ha cominciato a sviluppare il settore dell’abbigliamento, o ad aziende profit che si sono distinte per scelte particolarmente attente alle questioni sociali ed ambientali o, ancora, a recenti esperienze del no-profit che cercano di proporre nuove vie per un sistema produttivo più equo.

Regole responsabili
Il sistema della sartoria mondiale, spiega Gesualdi, ha le maglie molto strette: le imprese produttrici da un lato investono la maggior parte delle loro risorse per condizionare i desideri del pubblico, facendo apparire indispensabile ciò che nella maggior parte dei casi è a mala pena utile; dall’altro affrontano i problemi della competitività con i paesi emergenti abbattendo i costi di produzione e facendo finta che i problemi che ne derivano non siano affar loro, ma dei governi che li ospitano.
Un atteggiamento oltretutto poco lungimirante dal punto di vista economico: ogni giorno nasce in Asia una nuova impresa che è in grado di abbassare ancora di più il costo del lavoro e di conseguenza i prezzi.
Non sarebbe stato più intelligente allora, come proponeva il Prof. Luciano Gallino, cominciare con l’esportare diritti e diffondere la cultura del rispetto per poi confrontarsi sul piano della qualità?
“Il problema – continua Gesualdi – è che le imprese guardano solo ed esclusivamente al loro orticello e ai frutti che produce, senza riuscire a sviluppare una visione di lungo termine. Per questo si lavano le mani di quello che accade negli stabilimenti che producono per loro. Per questo sta a noi consumatori pretendere regole certe, trasparenza nei controlli e nelle transazioni e leggi internazionali a tutela di tutti i lavoratori.”

Altre fonti:
www.evb.ch/fr/p25011006.html
www.abitipuliti.org

12/5/2008

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