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“Quanta energia (rinnovabile) in un chicco di riso…”
Un viaggio nell’ America Latina per promuovere lo sviluppo tecnologico. L’incontro con un popolo povero, ma “pieno di colore”. Omar Marcenaro, giovane neolaureato genovese, ci racconta la sua esperienza di ingegnere senza frontiere in Perù.
Omar Marcenaro è tra i soci fondatori di Ingegneria Senza Frontiere di Genova, un’associazione che promuove la cooperazione internazionale e sostiene lo sviluppo della tecnologia in aree sottosviluppate, nel rispetto del loro contesto sociale e culturale.
Nel novembre scorso è partito alla volta di Chiclayo, a nord-est di Lima, per seguire un progetto di grande interesse: ricavare energia elettrica, rinnovabile, utilizzando la “biomassa” estratta dagli scarti del riso. Ci spiega che è stata un’esperienza durata due mesi, difficile, ma sicuramente importante. Non solo per raccogliere materiale utile alla sua tesi di laurea, anche per imparare lezioni di vita da quelle persone così povere, eppure con solidi valori alle spalle.
Puoi spiegarci, nei dettagli, di cosa ti sei occupato? Cosa ti ha spinto ad andare in Perù? Il progetto intitolato Produzione di energia a partire da biomassa nella realtà peruviana è partito nell’ ambito del Dipartimento di Ingegneria Ambientale e Ingegneria Senza Frontiere di Genova, che hanno appoggiato in concreto le richieste provenienti dall’università del paese andino. Ad oggi le problematiche legate a questo tipo di risorsa sono ben chiare quando si parla di Paesi industrializzati, molto meno quando si tratta del Sud del mondo. Con il mio lavoro volevo dimostrare come lo sfruttamento degli scarti della lavorazione del riso a fini energetici si rivela una scelta molto promettente, in termini di impatto ambientale e risorse socioeconomiche. Inoltre, dovevo valutare quale fosse il tipo di motore più adatto a tali scopi. In Perù, immersi nella selva, ci sono posti isolati con generatori di Diesel. L’idea era di modificarli riducendo il consumo del gasolio, e ricavando alternativamente gas dalla lolla di riso, che spesso, invece, viene bruciata, con grande spreco di energia.
Una intuizione interessante, ma faticosa da portare avanti. Ti sei trovato da solo o hai potuto contare sull’aiuto dell’università peruviana? Gli inizi sono stati abbastanza duri. Stare là da solo, e non essere supportato, non era affatto facile. Nella prima parte del lavoro sono stato affiancato da due ingegneri peruviani che avrebbero dovuto aiutarmi a progettare l'impianto per la produzione di energia elettrica usando la biomassa. In verità avevano una preparazione praticamente nulla: dobbiamo pensare che in Perù l'università si termina a 21 anni, senza ulteriori specializzazioni. Lì si è ingegneri punto e basta. Si conosce un po’ come funzionano le cose meccaniche, un po’ quelle elettriche e si viene a sapere che esistono elementi inquinanti. Niente altro. Dovevo fare da maestro tutti i giorni. Progettare e poi spiegare le cose che facevo. Mi piaceva insegnare e imparare nello stesso tempo, ma senza dubbio mi portava via tempo e fatica. In seguito ho conosciuto un ingegnere italiano, Capello, che stava lavorando ad un gassificatore. Incontrarlo è stata una grande fortuna.
Ci sono stati momenti di sconforto o comunque episodi che ti hanno segnato profondamente? Ne ricordo uno, in particolare. Non lo scorderò mai. Una scena tremenda: dei poliziotti che, senza motivo, hanno fermato, ammanettato e picchiato violentemente tre bambini in mezzo alla strada. Avevo appena assistito ad una conferenza all’università, stavo percorrendo quel tratto a bordo di un mototaxi. Il veicolo procedeva lento, nonostante quello che stava accadendo. Ad un certo punto sono sceso e ho iniziato a urlare. Ero sconvolto dall’indifferenza che mi circondava: il guidatore del mezzo, i passanti stessi. Un poliziotto si è avvicinato con un manganello, guardandomi fisso e duro e intimandomi di risalire sul mototaxi; l’altro continuava a tenere contro un muro quelle povere creature. Mi sono sentito impotente. Comunque ho pensato di raccontare tutto a PeaceReporter, il canale di Emergency per cui scrivevo in quel periodo. Era un modo per sentirmi meno inutile e rendere pubblica una simile ingiustizia.
Nonostante la fatica e lo sconcerto, mi sembra che dalle tue parole traspaiano nostalgia e affetto per quei posti e per quella gente. È così. I peruviani sono stupendi, portano dentro di sé un’umanità meravigliosa. Così sorridenti, disponibili… È incredibile lo sguardo delle persone. Emana una solarità incredibile. Non dimenticherò mai l’espressione incredula di un uomo, fra molti. Quando gli spiegavo come potesse essere facile ricavare energia dal guscio di riso, che solitamente viene scartato e buttato via… beh, sgranava gli occhi, non si capacitava. Sai, viveva in una di quelle comunità povere e isolate, lontane da tutto e da tutti. Era così tenero e buffo, a metà tra il meravigliato e lo stupito! Là, in quel luogo dove il tempo sembra essersi fermato, i modi di fare delle persone mi ricordavano molto quelli dei miei nonni… Era tanta la desolazione intorno: carcasse di animali morti per strada, rifiuti abbandonati nella polvere, visi stanchi di bambini muratori che magari lavorano presso scuole e istituti di cultura dove in realtà avrebbero dovuto studiare… Quante contraddizioni, quanti paradossi! E se provavo a chiedere, indignato, provando rabbia per il senso di impotenza, mi erano riservate solo un’alzata di spalle e poche parole: “Bienvenido, esto es Perù”.
Ma tra queste considerazioni, una speranza si fa strada, nel giovane volontario genovese: “Aver dato il mio contributo alla conoscenza di tecnologie che potrebbero risolvere il problema energetico per quel 20% di gente che non ne ha”.
Nel maggio scorso, Omar si è laureato in Ingegneria Meccanica. Oggi, la sua “voglia di un mondo migliore” gli fa vivere la sua professione con un grande senso umanitario. Consapevole che le capacità e le competenze restano solo una fredda tecnica, se non sono supportate da un profondo senso etico. Quello di darsi agli altri. Incondizionatamente, sempre, “finché puoi”.
Leggi la scheda dell'associazione Ingegneria Senza Frontiere
Cristina penco 3/11/2004
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