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Loro per tutti

Vacanze coi fiocchi

Copertina librettoTorna per l’ottavo anno la campagna "Vacanze coi fiocchi" con la partecipazione di 600 istituzioni, associazioni, radio, società autostradali: tutti insieme per diffondere un messaggio di convivenza civile sulle strade.

Loro per tutti
Compilation Il Gusto degli Altri

Molti personaggi noti pensano, proprio come noi, che sia possibile esprimere se stessi attraverso azioni concrete, magari aiutando gli altri e condividendo con loro un percorso, breve o lungo che sia. Il gusto degli altri è il sentimento che ci muove e che vogliamo propagare attraverso la Rete, perché si manifesti ogni giorno in tanti piccoli gesti che fanno bene al cuore, nostro e degli altri.

Noi sosteniamo - Dare una mano

C´è un´Italia delle Associazioni che testimonia quotidianamente la disponibilità di tempo, creatività e denaro che milioni di persone destinano agli altri, non per spirito di sacrificio ma per un sano e armonioso piacere di dare e di donarsi. Questa rubrica è un´ occasione per fare conoscere alcuni di questi gruppi di persone dedite agli altri. Oggi è la volta di:

Svelénati!
L'antidoto sei tu

Logo SvelénatiMentre le sostanze chimiche artificiali continuano a mettere in pericolo la vita sulla Terra, al Parlamento Europeo si discute una legge che potrebbe limitare l’avvelenamento del pianeta… se sarà approvata, e magari migliorata.
Il WWF lancia una campagna per aiutare l’Europa a scacciare i veleni.

Lisa Clark, volontaria di pace sul campo di battaglia

Costruire la pace addentrandosi nella guerra al fianco di coloro che ne sono i più colpiti. Questo l'obiettivo e il lavoro di Beati i costruttori di pace. Ne parliamo con Lisa Clark, volontaria e protagonista di importati iniziative dell'associazione.

BukavuChi sono i Beati i Costruttori di Pace? E cosa fanno?
Pur essendo nato come movimento di cattolici, Beati i costruttori di pace non è un’associazione cattolica, ma un’associazione che sui temi della pace e della non violenza accoglie tutti i punti di vista e tutte le considerazioni, con la convinzione che ciascuno nel proprio piccolo ha il diritto-dovere di fare ciò che può per la pace e per la giustizia. Da questa idea sono nate le grandi marce di pace in Bosnia. Gesti di rifiuto dell’impotenza da parte di persone comuni che volevano addentrarsi nel marasma della guerra per portare messaggi di solidarietà.

Quando ha iniziato a collaborare con l’associazione?
Ho cominciato ad impegnarmi nel ’93. Sono andata per un periodo a vivere a Sarajevo, dove abbiamo tenuto una presenza costante fino alla fine della guerra, o meglio quella che gli accordi chiamano fine della guerra e che in realtà è solo la fine dei bombardamenti.

Qual è il suo ruolo in una missione di questo tipo?
Ognuno ha proprie capacità da offrire. Io ho capacità linguistiche.
Quello di cui ci occupiamo è la creazione di contatti tra le parti, tessere reti e ponti in tutte le direzioni, fra i popoli e fra le istituzioni. Ma senza trascurare le esperienze piccole e personali all’interno della guerra. In questa ottica abbiamo cercato di riunire famiglie separate, di mettere insieme persone che si conoscevano e che durante la guerra si sono trovate su fronti opposti. Ovunque c’era chi diceva “vorrei ritrovare il mio vicino di casa, ma sicuramente lui non vorrà mai più parlare con me, perché quelli della mia parte hanno fatto cose terribili…”.
Noi ci siamo dati la missione di rimettere insieme persone di questo genere, e l’abbiamo fatto tante volte in Bosnia. È stata una cosa molto bella e molto emozionante.

Si tratta di tentativi di costruire la pace partendo da piccoli nuclei di tessuto sociale?
Esattamente. E per questo abbiamo cercato di aiutare tutti i gruppi di società civile o gli individui che lavoravano per ricostruire un tessuto sociale non fondato sulle divisioni. In Bosnia la guerra, pur essendo nata da motivazioni economiche e di interesse venute dall’alto, era permeata attraverso la propaganda al livello della gente più semplice. Tanto che vicini di casa si sono letteralmente scannati tra di loro semplicemente perché appartenenti a realtà etniche diverse.
Il problema però è che una volta che il meccanismo delle violenze inizia, è difficile scardinarlo. Servono strumenti che a partire dal basso cerchino di superare le divisioni create.
Non si può finire una guerra che è arrivata al punto da fomentare violenze tra persone comuni, semplicemente firmando un accordo di pace a diecimila chilometri di distanza. Le persone che sono state usate come strumenti in una guerra fratricida devono essere aiutate a ricostruire un senso di convivenza.

È così anche per altre realtà in guerra dall’Africa all’Iraq?
In Africa la situazione è ancora più complicata. La guerra che si è combattuta nella parte orientale del Congo è un conflitto dettato dagli interessi per le materie prime di cui questo paese è ricchissimo. Per arrivare a conquistarsi queste risorse i vari signori della guerra usavano la propaganda per fomentare gli odi e far combattere le loro guerre dalla popolazione.
La guerra nell’est del Congo non è una guerra etnica. Anche se in Europa ci fa molto comodo pensare che gli africani siano persone primitive, che l’odio etnico è vecchio di secoli e che noi non c’entriamo niente, che possiamo solo compatirli e magari mandargli quello che a noi avanza. Ma siamo noi i primi a beneficiare della rapina delle risorse economiche dell’Africa centrale e dovremmo considerare il nostro ruolo in tutte queste tragedie. Non lo facciamo.

In questi casi i processi di pacificazione possibili quali sono?
In Congo da quasi un anno c’è in corso un processo di pacificazione costruito a livello istituzionale che, pur essendo imperfetto, contiene forse i semi di una pace possibile. E le società civili organizzate nel Congo stanno giocando un certo ruolo.
Con i Beati i costruttori di pace organizzammo nel 2001 un simposio con 300 europei a Butembo – che non aveva mai visto tante facce bianche tutte insieme. L’iniziativa colpì molto gli africani e così accettarono l’invito al confronto anche persone in conflitto tra loro e si parlarono con franchezza. Fu molto bello ascoltare sia i leader, sia le persone comuni che dissero cose semplici, ma davvero sconcertanti. Una donna in particolare ci raccontò di aver avuto sette figlie, sei maschi e una femmina. La femmina è stata violentata da un gruppo di miliziani, è andata via di testa e adesso lei la cura come se fosse una bambina, ma invece ha vent’anni. Un figlio le è stato ucciso perché dei miliziani volevano rubare le loro galline, lui si è opposto e l’hanno fatto fuori. Aveva quindici anni.
Gli altri figli sono tutti scappati di casa e si sono uniti a diversi gruppi di miliziani. Quindi la madre è rimasta a casa con la figlia fuori di testa, un figlio al cimitero e gli altri cinque dei quali aspetta solo di sapere quando uno avrà ammazzato l’altro, perché tutti combattono per parti diverse.
Una verità sconvolgente raccontata con estrema semplicità: non si tratta di scontri etnici né di odi tribali: se cinque fratelli combattono con cinque milizie diverse, dietro c’è qualcos’altro.

Visto il danno della propaganda nel costruire l’odio, che ruolo ha invece l’informazione nei processi di pace?
Per aiutare la popolazione a raggiungere la consapevolezza che qualcuno li sta strumentalizzando l’informazione è essenziale. L’Onu l’ha capito e la prima cosa che mette in piedi quando entra in un paese alla fine di una guerra sono strutture radio e commissioni di monitoraggio sui media, perché c’è ancora chi usa i media per far propaganda. Com’è successo in Kosovo due mesi fa, quando la notizia di tre ragazzi annegati fu ripresa e trasformata nella storia di tre ragazzi annegati perché scappavano da un serbo con un cane. Notizia che si è dimostrata falsa, ma che è costata una decina di vite in un paio di giorni.
In risposta a tutto questo i movimenti per la pace si stanno dando forme alternative di informazione, senza rinunciare a fare informazione anche attraverso i media ufficiale, anche se è molto difficile.
Prendiamo la Repubblica per esempio, un giornale molto rispettabile, ma che sull’Africa centrale ha dimostrato una grande ignoranza. Non ha mai riferito notizie serie sui processi di pace e ha dedicato una pagina intera al Congo solo in occasione di alcuni casi di cannibalismo.
Per questo dopo i fatti di Genova e dell’11 settembre, i Beati i costruttori di pace si sono dedicati ampiamente alla costruzione del movimento contro la guerra in Italia. L’abbiamo fatto perché fare movimento e informazione insieme ci è sembrato in questi anni una missione importane.

Cosa significa per lei fare questo lavoro e come influenza la sua vita?
Lavoro? Questo è volontariato, anche se è la fetta principale da cui poi devo ritagliare i tempi per la mia professione che è quella d’interprete. Io credo di aver sentito di non potermi tirare indietro.
E poi stare a contatto col mondo variegato e ricco di conoscenze e di diversità del movimento italiano mi ha permesso di capire come stanno davvero le cose, come è meglio muoversi e come andare avanti. Credo che stiamo raggiungendo un’analisi congiunta di quello che non va nel mondo, di questa pericolosa deriva verso la guerra permanente e globale. Quindi l’impegno si conferma importante e credo che ciascuno nel suo piccolo possa contribuire ad allargare la consapevolezza della gente su tutto questo.

Leggi la scheda dell'Associazione Nazionale Beati i costruttori di Pace

Elisabetta D'Agostino
14/7/2004

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